Una nuova etica del lavoro?

7 ottobre 2017

UNA NUOVA ETICA DEL LAVORO?

Il tema è molto interessante. Siamo veramente «collettivamente» così ricchi da poter ridefinire la nostra etica in materia di lavoro?

Dobbiamo “solo” convincere le élite politiche, economiche e sociali del nostro paese (o, sarebbe meglio dire, dell’intero pianeta) a condividere equamente la «presunta» inesauribile ricchezza che l’automazione produce?

Dare per scontata l’esistenza di una tale ricchezza è evidentemente una forzatura concettuale, soprattutto ora, dopo una crisi mondiale che ha messo in discussione, quantomeno in economia, tutti i nostri punti di riferimento più consolidati. Ipotizziamo comunque per un attimo che tale ricchezza esista veramente e in forma stabile. Ammettiamo pure che una più equa distribuzione della stessa, oltreché auspicabile, sia facilmente attuabile. Il tema di fondo rimane il seguente: il lavoro è attività umana meramente finalizzata al procacciamento di un reddito? Vivere liberamente del nostro lavoro, che è il premio per le nostre competenze, per il nostro talento e per i nostri sacrifici, equivale veramente a vivere economicamente mantenuti in una fantomatica società che non ha bisogno del nostro apporto per progredire? Possiamo seriamente ipotizzare che il diritto al lavoro possa progressivamente diventare un principio non compatibile con la modernità?

Evidentemente il lavoro è attività umana di rilevanza non solo economica ma anche sociale e morale. Questa principio non può essere reso obsoleto dalla positiva dinamica storica del prodotto interno lordo del nostro paese o del mondo intero.

Sono sinceramente e profondamente convinto che il tema di una più equa redistribuzione del reddito sia centrale nel dibattito economico contemporaneo. Francamente ritengo che la vera rivoluzione non sia l’eliminazione del lavoro dalla nostra quotidianità, situazione che, evidentemente, potrebbe realizzarsi solo per pochi eletti. La vera rivoluzione è assicurare opportunità di lavoro a tutti coloro che lo desiderano realizzando la tutela effettiva dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani negli ambienti di lavoro. E questo si può fare solo stabilendo regole omogenee minime applicabili universalmente nello spazio e nel tempo. Iniziamo a pensare al lavoro come ad una attività umana utile, iniziamo a superare gli schemi obsoleti e, probabilmente, la modernità, da questo punto di vista inizierà a farci meno paura.

Su questo tema abbiamo bisogno di una nuova visione socialmente condivisa e compatibile con il dinamismo sfrenato che caratterizza, con risvolti spesso inquietanti, la nostra quotidianità. La sintesi di questa nuova visione è uno dei compiti fondamentali da affidare ad una leadership politica autenticamente nuova. È ormai arrivato il momento di superare la sterile retorica che, su questa questione, anima il dibattito socio-economico contemporaneo.

Piergiorgio Scappini